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Alluvione 1966: “L’assistenza dei fratelli” – una testimonianza inedita

“Mentre l’acqua affluiva, fin dalle prime ore del 4 novembre, la Misericordia era viva, anche se parzialmente prigioniera dell’Arno. I fratelli rimasti in Compagnia si organizzavano. Si preparavano alla prima possibile uscita, si costituivano in silenzioso “Comitato di Assistenza per gli Alluvionati”.

I telefoni tacevano e nel momento del bisogno nessuno poteva chiedere “aiuto”.

Il silenzio era rotto dal fruscìo dell’Arno in Duomo e dallo sbattere pauroso delle panche di chiesa in Compagnia. Erano presenti, in quelle tragiche ore, in dolorosa impossibilità, i sigg. [segue uno spazio vuoto per i nomi poi non inseriti].

La Misericordia era viva e operosa. Le 3 ambulanze, intelligentemente e rischiosamente portate dagli autisti Di Puccio, Ristori, Parrini in S. Marco, si avviano poco a poco, spinte dall’acqua incalzante, per via Cavour. Sono disponibili gli autisti, arrivano dei Fratelli fra i quali lo scrivente, si uniscono attorno alle ambulanze in un gruppo costituito da Forti Massimo – il Disertore Quello della Pila ecc.

Un Capo di Guardia, il sig. cav. Mori, passato da lì nelle prime ore del pomeriggio del 4, comanda quello che sarà poi il più lungo servizio di carità. Le ambulanze vengono dislocate così presso la Questura centrale, a disposizione. Ed incomincia qui il primo ulular delle sirene e assordante gemito per giorni, giorni e notti, in continuazione. Si raccolgono le prime richieste di aiuto finestra-finestra.

Tacciono sempre i telefoni.

I Fratelli corrono, a volte a vuoto, a volte troppo tardi, spesso in tempo per soccorrere chi annega, per vestire chi è nudo, per spostare gli infermi. C’è chi chiede aiuto dove l’acqua è più alta. Dove non è possibile arrivare, lo scrivente cerca un anfibio, un mezzo anfibio; ma è troppo presto, non ci sono ordini ed i mezzi anfibi, una diecina, stanno in Piazza S. Marco a guardare. Tutti ci promettono ma poi dimenticano: è il caos.

Parlo personalmente, io che scrivo, con un simpatico sergentino romagnolo, comandante di un mezzo anfibio cingolato: non può! Non ha ordini. Era lì per la rivista del 4 novembre. Gli dico che in via Monteverdi ci sono persone sui tetti, ci sono ragazzi, è ormai notte, la notte del 4-5 novembre e piove ed è freddo. Il bravo ragazzo si commuove, contravviene agli ordini, chiama un soldato, mettono in moto e partiamo: la Misericordia anfibia.

L’ospedale è senza candele; un cuore a transistor [una sorta di pace maker ante litteram] sta per fermarsi. La Questura si procura le pile a mezzo di un gruppo di radioamatori che si sono istallati alla Mobile e hanno lanciato un appello. La Misericordia, con l’anfibio ed il bravo sergente ribelle, arriverà in tempo per il cuore, porterà luce dopo aver corso il pericolo di annegare più volte.

Con uno scaleo metallico sopra il tetto dell’anfibio, due di noi a reggere la scala, il sergente a cavalcioni in cima, si fanno i primi salvataggi e si calano dentro l’anfibio ragazzi infreddoliti, bambini nudi, uomini e donne, vecchi e giovani. L’ambulanze li aspettano al bagnasciuga del fetido lago e si scarica il pieno e si corre ancora sempre a filo di acqua per tutta ala notte e la mattina del 5 a portare soccorsi, aiuti, parole di speranza. Non si tiene la conta, la Misericordia viva non ha possibilità di elencare le proprie azioni. Nessuno è stanco. Si chiede a Dio di non mandarci il sonno ed il sonno non viene, non viene la fame ed i soccorsi continuano ed aumenta l’ulular delle sirene. All’alba del 5 incomincia a defluire il lago di nafta ed ecco i primi morti e la Misericordia è presente. Tutte le macchine del Duomo, salvate, sono nel fango. Uno spettacolo raccapricciante oggi peggio di ieri, anche se l’acqua se ne va. La gente ha fame, la gente ha sete, la gente è nuda. Il Comitato di Compagnia, il giorno 5, è in piena attività. È un vero e proprio Comitato di Assistenza Alluvionati, nato nel silenzio operoso, finito nella materia oggi ma sempre vivo nel ricordo, come adesso che ne rivedo vivi i volti conosciuti due volte: lo presiede il Provveditore dell’alluvione, per diritto di elettronica attività, avv. Enrico D’Afflitto, coadiuvato dal Comm. Vieri Filiberto CdG Ispettore di Compagnia, dal Comm. avv. Gattai CdG ed Ispettore dell’Ambulatorio, e dall’infaticabile generoso cav. Mario Maestrini, Servo.

Aderiscono e prendono parte attiva al Comitato la giovanissima leva, Fratelli Stefano Chimichi, nuovo piccolo scrivano fiorentino; il vecchio Fanti Silvano con i figli Franco e Renzo; il caro Almerico Portanova; l’arruolato in campo Ghigo Mannelli stracciafoglio e i fratelli Marco e Luca Mannelli; il Fratello Campana Niccolò; il principe Corsini Filippo.

Ed incomincia la distribuzione dei viveri, degli indumenti. Si ripopola la Compagnia.”